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...altri selvatici. In vero so di alcune lepri che vivono più verso il fiume ma che raramente posso vedere e non senza un buon binocolo. Per associazione il pensiero andò in breve alla caccia ed ai cani ma inizialmente non mi parve che stesse per prendere corpo un cosi vasto spettro di argomenti.

Mai fidarsi cecamente del cervello umano, senza preavviso, ti porta dove vuole!

Ora, pensavo, io sono consapevole che i dintorni agresti di casa mia non sono l’intero territorio italiano e pur tuttavia credo che il rimanente dello stesso, non differisca di molto da quello sul quale mi affaccio ogni giorno; forse tranne per un aspetto: i fagiani che vedo dal balcone sono nati liberi e questo dato rappresenta sicuramente una circostanza eccezionale con la quale cinofilmente parlando dovremmo cominciare seriamente a fare i conti che abbiamo lasciato in sospeso molti anni fa quando abbiamo detto: “non c’è niente da fare, questa è la selvaggina che passa il convento, dovremo abituarci. Non credo che qualcuno si sia abituato del tutto e per quanto riguarda l’organizzazione delle prove, qualcuna in meno e qualcuna in più che “provi” quel che deve provare. Mi pare quindi di poter dire senza tema di smentita che la selvaggina “nobile stanziale” utile al lavoro dei nostri cani sia composta da fagiani e….. fagiani (quasi tutti lanciati da un paio di mesi prima dell’apertura, al pronta caccia, al mezzora prima nei fagianodromi). Le lepri sono da considerarsi selvatico specialistico (che ad essere appena appena, seri pretenderebbero l’esclusivo lavoro di un buon cane da seguita e niente altro). Al contrario sappiamo tutti che non è cosi e che il grosso delle lepri viene abbattuto assieme all’altra selvaggina, nello stesso habitat e con i molti cani da ferma e i pochi cani da cerca operanti sul territorio.

Questo vale anche per le orecchione che vivono in pianura, entro le grandi distese di terra lavorata dalle macchine dell’uomo ed è così che spesso si distruggono i legamenti del ginocchio del cane, in quelle razze (galoppatrici) non nate e non selezionate per cacciare ed inseguire la lepre nella terra arata. Dunque fagiani sopra e sotto, nel folto ed al pulito e ovunque camminatori instancabili, a questi si aggiunga  per ultima la più nobile fra i migratori e l’unica cinofilmente qualificante, quella beccaccia che cambiando i suoi comportamenti in ragione delle condizioni atmosferiche, della temperatura e delle condizioni del terreno che frequenta, esigerebbe addirittura cani di razze diverse per i differenti habitat ove pastura in esito alle diverse condizioni e latitudini. Queste ultime “regine” migranti sono sparse a macchia di leopardo sul territorio nazionale, in periodi spesso diversi e con consistenze numeriche differenti ed assolutamente variabili anno dopo anno. Esse rappresentano per altro il vivo sogno di una piccola parte dei circa 750 mila cacciatori che sono rimasti. Numero al quale forse sarebbero da togliere tutti coloro che si dedicano esclusivamente alla caccia al cinghiale, a quella di selezione agli ungulati o alla migratoria da appostamento. Ai quali ancora è necessario aggiungere coloro che rinnovano la licenza per andare tre o quattro volte l’anno in un fagianodromo con il figlio o il genero. Alla fine potremmo forse parlare di un numero residuo davvero impressionante in negativo, questo darà pressappoco il totale di quanti fucili servano i rispettivi cani da caccia.

Il cane poi assolutamente non serve per alcune contrade del sud d’Italia ove ancora oggi la caccia alla beccaccia è quasi esclusiva di un appostamento antelucano e postramontano che non ha ancora trovato una ragione valida per estinguersi, neppure con la cogenza dei divieti. Come dicevamo e fors’anche a sorpresa, il numero dei cacciatori in attività e dotati di un ausiliare canino potrebbe variare in maniera significativa e soprattutto poco comprensibile se raffrontata ad alcuni numeri della produzione del cane di razza.

Fra le razze classificate ancora “da caccia” ho trascurato di considerarne alcune che credo di poter definire irrilevanti per la quantità dell’impiego e/o per lo spessore venatorio del medesimo nel nostro Paese; questo nel tentativo di una onesta valutazione complessiva, per capire quale direzione stia prendendo la cinofilia venatoria in Italia. Non foss’altro per poter percepire se si prefigurasse l’utilità di qualche provvedimento di indirizzo tecnico e/o di costume che l’ENCI e/o alcune Società Specializzate dovrebbero potere valutare con attenzione. Ovviamente dopo una disamina della situazione che non evidenzi solamente la crescita, il mantenimento od il calo delle iscrizioni ai libri genealogici anno dopo anno.

In soldoni io credo potrebbe essere utile capire se la cinofilia venatoria è cambiata negli ultimi 30/40 anni e se si, in quale direzione? Per quali cause e con quali conseguenze per l’impiego delle diverse tipologie operative del cane da caccia. Per finire con una concreta valutazione di cosa sia meglio fare da un punto di vista istituzionale e di indirizzo.

Se questo potesse essere uno studio–sondaggio dalle risultanze credibili, io credo che sarebbe da commissionare subito da parte delle strutture che gestiscono la caccia e la cinofilia nel Paese, gli esiti sarebbero di sicuro aiuto nel prevenire un futuro che a tutt’oggi appare supernebuloso. Sempre che questa volontà di gestione esista! Poiché qualcuno potrebbe pensare che sia meglio lasciare campo libero alla spontaneità degli eventi e che convenga saperne il meno possibile (che poi va a finire che tocca lavorarci e prendere delle decisioni sul da farsi che inesorabilmente scontenteranno qualcuno).

Già da tempo sappiamo che alcune razze non hanno potuto onorare l’impegno preso in passato con i loro primi allevatori e selezionatori, poiché l’intervento umano ha progressivamente cancellato le pulsioni caratteriali che ne facevano una razza operativa. Il processo è più lento, ma è come cancellare la memoria di un hard – disc, non v’è ritorno ed ovviamente non ci si può rammaricare degli anni di lavoro gettati al vento da parte di chi ha selezionato e fissato quella razza. Di solito sono la troppa bellezza ed armonia delle forme che astraendo dalla funzionalità attraggono folte schiere di pubblico verso quella razza ed in poco tempo il gioco è fatto; gli allevatori rapidamente capiscono quel che vuole il pubblico e ciò che invece non interessa più.

La vocazione operativa in poche generazioni sparisce. Un’altra razza classificata “da caccia” entra nella molto più vasta schiera dei cani da compagnia.

Credo che siamo tutti d’accordo che questo processo di impoverimento di molte razze da caccia sia in atto da molti anni e allora piaccia o non piaccia bisogna prenderne atto ed adeguarsi ad una   dolorosa ma più dignitosa correzione di rotta.

Che senso ha chiedere ancora la prova di lavoro ad un Cocker Spaniel Inglese oggi, quando sappiamo con certezza che su circa 2.000 iscrizioni annue forse 10 soggetti avranno nel loro futuro una battuta di caccia. Forse bisognava pensarci prima di “Lilli e il Vagabondo” per cercare di difendere le origini venatorie di quello che era allora un ottimo cane da caccia. Ora davvero ci pare veramente tardi per una obbligatoria, ipocrita e spesso “generosa” prova di lavoro. Con buona pace di quel paio di super allevatori italiani che non si sono rassegnati all’inevitabile e che nessuno ha mai cercato di difendere dalle importazioni degli “anglosassoni vincitori domenicali” che niente hanno a che vedere con l’allevamento e la razza (vedasi la definitiva sepoltura dell’ultimo standard di lavoro proposto dal CIS).

Tra gli animali allevati dall’uomo, vige la regola che ognuno vive ed opera in ragione della funzione che gli è stata commissionata, se cominciamo a cambiare  le funzioni in ragione delle mode del momento o dei timori di cacciatori che non vogliono più rispettare le funzioni originarie del cane che hanno scelto, cercando di trasformarlo in un’altra cosa e non procedere invece a cambiare razza perché molto o tutto è cambiato nella caccia da loro praticata, allora dovrebbe essere pure comprensibile che ad una vacca di razza Hereford da carne, venga richiesta una più alta produzione di latte, che è il corrispettivo di ordinare ad un setter inglese di guidare un fagiano selvatico dentro ad un vasto roveto o di setacciare un granturco fino a mettere le lepri in piedi e i fagiani in ala. Forse abituatosi lo farà anche ma quando a quel setter, in sogno, sembrerà di filare una brigata di starne…… chi chiamerà a concludere: uno Springer?

Tutto questo per dire che la questione potrebbe essere un poco più complessa di quanto fino ad oggi non si sia creduto, limitandosi a prendere atto di quali razze fossero in crescita e quali in calo e decretare successo od insuccesso in forza di questo troppo semplice parametro. Forse bisogna spingersi un poco più avanti, fino a coinvolgere valutazioni di ordine “evolutivo” o “involutivo” dei costumi venatori, oppure più modestamente di “tendenze” modaiolo – consumistiche, o ancora la paura di cambiare scelte antiche non più aderenti alla realtà, sia per la cinofilia tout court che per quel poco che resta del mondo venatorio. Mi azzarderò a chiedere al gentile lettore di queste poche note, di non dimenticare la premessa dalla quale sono partito circa la tipologia, la selvaticità e la densità della selvaggina stanziale nel nostro Paese. A fronte di questa preghiera citerò alcuni numeri tratti dal libro genealogico dell’anno 2012. Raggruppati però non per gruppi ma per razza e vocazione venatoria ed operativa:

Cani da ferma: Tedesco a pelo corto 2.532 – Tedesco a pelo duro 790 – Weimaraner 912 – Bracco italiano 691 – Epagneul Breton 3.588 – Spinone italiano 526 – Pointer inglese 2.240 – Setter inglese 12.939 . Trascurando le razze ridotte a piccole nicchie, il totale è di 24.218.

Cani da seguita: Considerando le razze maggiormente impiegate il totale è di circa 9.000.

Retriever o cani da riporto, il primo è un nome inglese che prima dell’avvento della televisiva “carta igienica” quasi nessuno era in grado di accostarlo ad un cane da caccia: Golden retriever 5.415 – Labrador retriever 7.886 – Flat coated retriever 163. Il totale è di circa 13.500.  Non credo che più del 10% faccia regolare servizio di riporto e recupero sotto il fucile in qualche azienda faunistica.

Il rimanente 90% si dovrà accontentare di abboccare qualche fagiano nella finzione delle “prove”, quando va bene.

Cani da cerca: Cocker Spaniel inglese 2.015 – Springer Spaniel inglese 1.767. Totale: 3.782.

In totale sono più di 50.000 cani da caccia l’anno (e mancano le nicchie non contabilizzate). Appare un numero veramente imponente per un impiego decisamente in forte calo. O i nostri cani da caccia hanno una vita media ridicolmente breve e quindi necessitano di un ricambio ultraveloce o molti di questi 50.000 non vanno a caccia, quali sono? Quanti si dedicano solo alle prove? Quanti si dedicano solo alle garette domenicali del formaggio? e perché queste ultime sono sempre più frequentate e le prove ufficiali dell’ENCI sempre meno? Chi deve porsi queste domande? Chi è tenuto per ruolo, conoscenze ed esperienze a dare risposte credibili?

Perché tanti cani da ferma? A fronte del tipo di selvaggina cacciabile esistente in Italia? Composta quasi esclusivamente da pedinatori e frequentatori del vegetativo folto o dell’intrico di spine. Perché il Pointer ha le corrette dimensioni numeriche del suo attuale impiego pratico? ed il Setter Inglese al contrario è cosi fortemente sovradimensionato? Perché tanti retriever a fronte di un impiego pratico quasi inesistente? Il Labrador come il Golden sono ancora da considerarsi cani da caccia che possono vantare come nel Regno Unito un impiego reale e costante sulla selvaggina? O nel nostro Paese la ragione della sua presenza tanto numerosa nelle famiglie italiane dipende da altro.

Perché tanti cani da seguita, quando si sa che la lepre viene cacciata frequentemente in modo generico ed in contemporanea con l’altra selvaggina usando molto spesso cani non da seguita.

Forse è la “specializzazione” se pur mite a non interessare più il mondo della caccia, “con la stessa canna da pesca si vuole insidiare l’alborella ed il siluro” ma se così fosse come si spiega la diffusione del Setter Inglese che di certo non è un cane generico, a meno che non lo sia diventato negli ultimi vent’anni per mano dei cacciatori. Allora forse è la stessa “funzione” che non significa più nulla nella scelta di un cane; non è più per l’indicazione d’impiego, vale a dire per quel che sa fare meglio che lo si sceglie o per il consolidato carattere o per le riconosciute doti morali.

La selezione applicata alle mansioni è per molti versi e per molte razze una mera perdita di tempo? Dunque è giunto davvero il tempo della definitiva ed innegabile, vittoriosa affermazione di “Slut la scrofa nera di Arkwright che fermava le starne o meglio fermava tutti i selvatici tranne la lepre”. Si racconta anche che i Pointer non ci cacciassero volentieri insieme perché è vero che Slut aveva imparato il consenso ma di solito era lei la prima a fermare d’autorità. Oppure sarà la dolce storia del “maialino da pastore Babe” che guidava le pecore nel recinto a dimostrare che razza e funzione non sono sempre fra loro conseguenti. Anche i lupi cacciano le lepri, eppure l’uomo ha sentito la necessità di dividere l’informe universo canino, in razze non solo dal diverso aspetto ma soprattutto dalla diversa vocazione a svolgere un lavoro a livelli di eccellenza.

E qui potrebbero dire la loro anche armonia ed eleganza dell’azione, quel famoso bello funzionale che per tanto tempo è stato un punto d’arrivo per allevatori e selezionatori lungimiranti. Diceva un tale: anche in una rissa di strada volano pugni ma certo tutto è molto lontano e diverso da un incontro di box. Le condizioni della caccia sono cambiate, la selvaggina è cambiata per tipo e quantità, i terreni sono cambiati, ovvio che anche il lavoro e di questo le “eccellenze” del cane dovessero cambiare, quindi nessuna demonizzazione di questi fenomeni che si possono ritenere più o meno spontanei. Il quesito vero però è: cambiamo il cane nel bagaglio delle sue caratteristiche operative o cambiamo razza perché si adatta meglio alle nuove condizioni ed al selvatico predominante?

Ciò non di meno io credo che il sapere, forse l’intuire il perché di alcune scelte e dove il futuro le porterà, plasmando una cinofilia venatoria dei prossimi decenni, della quale a mio parere non abbiamo nessuna capacità di configurazione e di conseguenza nessuna capacità d’intervento nel caso fosse necessario o più modestamente utile ad impedire un nuovo avvento delle “scrofe nere di nome Slut”.

Forse il lavoro del cane farà la fine di quello del cavallo, anche la parvenza di caccia rimasta fino a qui finirà  ma a differenza di questo per il cane ci sarà sempre un posticino accanto al fuoco dell’uomo, astraendo dalle sue specifiche attitudini. A che distanza temporale siamo da questo sovversivo cambiamento, sarebbe bene saperne un po’ di più prima che accada! Ecco quindi perché lo Springer Spaniel Inglese che è ancora con la sua genericità d’impiego ed il suo coraggio nel folto il più forte cane da fagiani e beccacce esistente in Europa e forse nel mondo, langue in posizioni tanto esigue nei numeri del libro origini. Numeri che fuori d’Italia sono del tutto inspiegabili. Nel Regno Unito allevano ogni anno alcune decine di migliaia di Springers e altrettanti Cockers, è vero che la razza è nata da loro ma è anche vero che la stessa terra ha dato i natali anche a Setters e Pointers e che da anni non ne denuncia più di qualche centinaio. Per credere è utile provare ad andare a caccia di fagiani e beccacce nelle terre d’Albione. Troverete Springers, Cockers e Retriever ma niente cani da ferma. Esattamente l’opposto di quel che accade da noi. 

Che sia per la mancanza di “quella sacralità della ferma”, come dice qualche teorico esteta, per il quale il carniere non conta? Vi è stato un tempo nel quale la ferma aveva ben poco di sacro, semplicemente serviva ad indicare la posizione più o meno esatta del selvatico a terra, affinché il  capocaccia del Conte potesse lanciare il rezzaglio con buona precisione. Ora la ferma consente al fucile di entrare in azione “sportivamente” tra i dieci e i quindici metri dalla testa del cane in ferma. Di grande aiuto ai “fermatori” è stato pure l’avvento del “biper” che consente di cacciare su qualsiasi terreno, anche nel bosco fitto, sapendo sempre dove il nostro cane da ferma ci stia aspettando, esalando da se una musichetta che presumerebbe l’uso di un‘arma “laser” piuttosto che di un antiquato e rumoroso fucile a pallini.

Certo senza “biper” sarebbe un’altra storia e di beccacce e fagiani se ne salverebbero forse il 70% e più. Senza contare che il silenzio del bosco e della brughiera tornerebbero ad essere l’unico vero spartito sul quale misurarsi con il cane adatto e ad armi pari con il selvatico. Per fortuna molte Provincie hanno compreso o stanno comprendendo quale dannoso equivoco produca “il segnalatore elettronico di cane in ferma” Appare curioso come il “biper” sia ancora da molti territori tollerato e al contempo ai migratoristi senza cane sia fatto tassativo divieto di impiegare attrezzi elettronici per la riproduzione dei richiami, davvero si fatica a comprendere la differenza fra le due umane menzogne.

Io credo che nella materia fino a qui trattata vi sia ben poco di razionale, di pensato e valutato, credo piuttosto che la facciano da padrone le pulsioni emotive, i luoghi comuni, la non conoscenza della materia e l’abitudine. Per dirla cruda, sono l’ignoranza e l’arretratezza delle metodiche venatorie che condizionano la scelta di un ausiliare che a volte è quasi casuale ed altre diretta conseguenza dei consigli ricevuti nella frequentazione delle “garette del formaggio” e delle “infinite conoscenze” di chi vi partecipa.

Credo anche che in queste poche righe vi sia materia sufficiente a promuovere alcune attente valutazioni e perché no, una onesta discussione sull’origine delle razze in ragione del loro impiego nella caccia di oggi e quanto sia ancora attuale l’originaria funzione rispetto alle nostre attuali scelte.  Se la materia di questo mio dire non dovesse interessare a nessuno ne prenderò atto, compreso il fatto che se non si preoccupa una Società Specializzata di vedere i soggetti della sua razza calare di 7/800 capi in pochissimi anni, di certo non ne farà una malattia un cinofilo pensionato come me. Il quale, ad essere sinceri, è fortemente deluso e dispiaciuto, avendo questa razza allevata per alcuni decenni e dopo tanto impegno e fatiche profuse, dover accettare di avere praticato per tutta la vita una cinofilia di serie B che ancora non vede nessuna possibilità di promozione, è davvero difficile.

Viene da ridere se si pensa che non molto tempo fa molti chiamavano lo Springer Spaniel Inglese il “cane del futuro”. Ebbene con l’aumento esponenziale di prede che pedinano e che frequentano preferibilmente il bosco e l’intrico vegetativo la diffusione della razza è progressivamente diminuita. Io credo che  mai razza, nella storia della cinofilia italiana, sia stata trattata peggio da chi negli anni avrebbe dovuto amministrarla e diffonderla. Ma ancora più interessante sarebbe sapere quale indirizzo etico e tecnico voglia dare l’ENCI alla Cinofilia venatoria di oggi e di domani. Prevarrà la “protezione delle originarie mansioni operative delle diverse razze”, oppure tutto verrà lasciato al più sfrenato e spontaneo consumismo. E con i cani da pastore e da mandria, che svolgono al meglio questo duro lavoro, ci si dovrà rivolgere presto a Scozia ed Australia per le importazioni o si farà in modo che rimanga la valenza della selezione in allevamento per quel che riguarda le caratteristiche operative. Quel che appare ormai certo è che senza un impiego pratico numeroso, indirizzato e “corretto” non saranno più sufficienti alcune “prove” che oramai provano soltanto che per molte razze i due mondi: della caccia cacciata o comunque  di un lavoro da svolgere e della cinofilia venatorio-agonistica sono tra loro sempre più “non comunicanti”.                                                                                   

        Marco Morisi

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